Lo Sperone, la Strigliata

Alcune pendenze civili e penali di Casa Sollievo

ESCLUSIVAMENTE A TITOLO DI STATISTICA E NELL’ESERCIZIO DEL DIRITTO DI CRONACA COSTITUZIONALMENTE SANCITO È D’UOPO ALTRESI’ RIFERIRE LA PENDENZA DEI SEGUENTI PROCEDIMENTI:

1) – Con sentenza del Tribunale Penale di Foggia – GIUDICE ISTRUTTORE DR. GENTILE- (Appellata presso la Corte di Appello di Bari) sono stati condannati nr. 3 medici del REPARTO DI PEDIATRIA per Omicidio colposo della piccola D’A. S. di anni 2, verificatasi in data 2.10.1986 alle ore 0.02;

2) – CONTROVERSIA P.-F. – ANNO 3.10.1983 – REPARTO OSTETRICIA – R.G.593/87 – G.I. Dr. SAVASTA;

3) – CONTROVERSIA V. I.- ANNO 24.09.1991 – REPARTO CHIRURGIA – R.G. 188/94 – G.I. Dr. DE BENEDITTIS;

4) – CONTROVERSIA C.-C.- ANNO 19.02.1992 – REPARTO OSTETRICIA – R.G. 4844/93 – G.I. Dr. GENTILE;

5) – CONTROVERSIA M. A.- ANNO 16.12.1989 – REPARTO ORTOPEDIA – R.G. 999/94 G.I. Dr. CRISTINO;

6) – CONTROVERSIA B. A. M. – ANNO 4.01.1994 – R.G. 2964/94 – G.I. Dr. QUITADAMO;

7) – CONTROVERSIA F. I.- ANNO 15.05.990 – REPARTO ORTOPEDIA – R.G. 5980/92 – G.I. Dr. QUITADAMO;

8) – CONTROVERSIA D.’O. L. – ANNO 11.05.1992 – REPARTO NEUROLOGIA – R.G. 481/94 – G.I. Dr. SANSONE;

9) – CONTROVERSIA L. S. – ANNO 26.04.1992 – REPARTO OTORINO – R.G. 628/95 – G.I. Dr. INFANTINI;

10) – CONTROVERSIA M. L. – ANNO 1985 – REPARTO OSTETRICIA – R.G. 1063/93 – G.I. QUITADAMO;

11) – DENUNCIA PRESENTATA alla Procura di Foggia da R. M. – R. S. contro ALCUNI Sanitari del REPARTO OTORINO per imperizia e negligenza;

12) – DENUNCIA PRESENTATA AI CARABINIERI DI CISTERNINO (BA) dalla Signora Z. A. contro il Reparto di di CHIRURGIA dell’Ospedale CSS di San Giovanni Rotondo, per dimenticanza di “Pinze Kocher” nel proprio intestino;

13) – Con sentenza del Tribunale di Foggia è stato condannato per Omicidio Colposo di un degente, per errata somministrazione di un medicinale (Invece del gluconato di calcio è stata effettuata un’iniezione a base di potassio), un altro dipendente del REPARTO DI OTORINO.

L’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza oltre che essere FONTE di occupazione per gli ALTRI ed i SANGIOVANNESI è un CENTRO di ricerca all’avanguardia, un GIOIELLO, per la struttura, le attrezzature, la terapia, il trattamento caldo ed umano praticato in favore dei degenti.
Potrebbe diventare un DIAMANTE con un’opera di BONIFICA mirata ed avente lo scopo di SELEZIONE E RESPONSABILIZZAZIONE dei propri operatori medici e paramedici.

Certo gli incidenti di percorso ci sono sempre, occorre tuttavia adoperarsi perché non diventi tutto accidentato.

Quanto sopra è indilazionabile e riveste carattere di estrema urgenza perché con la vita degli altri non si deve scherzare.

Altrimenti “CUI PRODEST” la mastodontica attrezzatura? Qualsivoglia macchinario non ha alcun valore senza la valenza di personale ad hoc. (“L’uomo è la misura di tutte le cose”).

L’OTTIMO Monsignor Riccardo Ruotolo (ora persino Vescovo) che tanto si è adoperato e si adopera instancabilmente per la Casa Sollievo e per la continua creazione di nuove e funzionali strutture e nuovi posti di lavoro, saprà certamente recepire queste modeste critiche.


La Casa Sollievo avvelena anche te

    Francesco Martino

    Nella Grava di San Leonardo a pochi Km da San Giovanni Rotondo sono stati ritrovati medicinali scaduti (Fiale, compresse, supposte). Un gruppo speleologico di Foggia: lo “SPELEO CLUB”, già negli anni ’60 ha organizzato una spedizione a titolo esplorativo e vi ha trovato scatoloni con destinatario CASA SOLLIEVO DELLA SOFFERENZA e provenienti da tutto il mondo con dentro medicinali scaduti.
    Questi sono stati scaricati in questo luogo certamente dietro ordine di “qualcuno” che non sapeva dove metterli e tenendo presente che all’epoca non era viva la coscienza ecologica, abbia avuto questa bella pensata. Questa notizia è già stata diffusa con un’ampia documentazione fotografica, tuttavia non ha sortito l’effetto desiderato; per cui i componenti dello Speleo Club non hanno insistito e hanno preferito non fornirci le foto.
    Paura? Sicurezza che tanto non succederà niente?
    La rottura di queste fiale procurerà danni ingenti alle nostre falde acquifere con conseguente inquinamento che, dopo i consueti giri di routine, finirebbe per essere bevuta da tutti i cittadini del Gargano.
    Si può giustificare che, in quei tempi, questo comportamento era normale, ma oggi tutto ciò non è più possibile, né concepibile; ripulire la grava di San Leonardo da queste e da altre “immondizie” è quasi impossibile, ma è l’unica cosa da eseguire al più presto onde evitare che succeda l’irreparabile, se già non è successo.
    Tutto questo dovrà essere a carico e a spese della Casa Sollievo della Sofferenza, ma questa è una vana speranza, finirà nelle migliori delle ipotesi che pagheremo noi.
    Ma le notizie inquinanti non finiscono certamente qui. Per quei “fortunati pochi” che ancora ignorano che nel nostro ospedale esiste ancora, purtroppo, l’inceneritore per l’eliminazione dei medicinali scaduti e dei residui delle varie operazioni chirurgiche; si tratta di una “normale amministrazione” ed è anche giusto che i residui prodotti in loco, in loco vengano distrutti; la notizia inquinante è che alcuni ospedali della provincia non amanti dell’inquinamento in loco, preferiscono inquinare il nostro “loco” e così i loro residui vengono trasportati nella Casa Sollievo dell’Inquinamento e qui demoliti chimicamente; senza la possibilità, ad esempio, per le forze dell’ordine di controllare se siano radioattivi o meno, o avere altre amenità del genere.
    In alcuni giorni della settimana in paese si sente un odore che non ti fa respirare, si tratta dell’inceneritore di Casa Sollievo o della discarica dei nostri rifiuti che brucia? Se consideriamo che la discarica si trova ad est e Casa Sollievo ad ovest e che il vento soffia sempre da ovest ad est; questo odore da dove proviene?
    C’è da chiedersi, ma la locale Lega dell’Ambiente cosa fa? Pensa a delle dimostrazioni plateali e con l’aiuto di volontari pulisce la pineta da carte, cartacce, bottiglie di vetro e lattine, inquinamento non certo inquinante se non dell’estetica.
    Dovrebbe invece pensare seriamente all’ambiente e preoccuparsi un po’ di più della salute del cittadino. Questo almeno è scritto nello suo statuto.
    Pensate forse che a queste notizie “inquinanti” prenderà per esempio la decisione di scagliarsi contro la Casa Sollievo? Neanche per sogno, preferirà dormire come al solito e svegliarsi solo per pulire … la pineta!
    Investiti alcuni membri del problema, hanno preferito tacere; ad onor del vero si vocifera che un loro componente abbia forti interessi nella Casa Sollievo: alcuni familiari vi lavorano.
    Lo stesso discorso lo rivolgiamo al WWF.


SINTESI CONCLUSIVA, DEPOSITATA IL 27.10.1995

Il sig. G. D. deceduto

SI LEGGE NELLA SINTESI CONCLUSIVA, DEPOSITATA IL 27.10.1995 – redatta dal Prof. Antonino Marino, nominato CTU dal Giudice Istruttore Dr. Alfonso D’Errico con ordinanza del 31-01-1995 nella causa civile nr. 5778/92 – DELLA

“CONSULENZA TECNICA D’UFFICIO sulla vicenda patologica che ha coinvolto il signor

G. D.

deceduto presso L’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo il giorno 15-01-1992 alle ore 05.11 per “Shock emorragico ………”

1) – responsabile è da considerare chi, ove ne avesse avuto il preciso compito, ha omesso a suo tempo di illustrare al G. D. le modalità di prelievo del farmaco dal suo contenitore e della sua assunzione, causa prima, questa, di tutta la sequela di quelle disavventure, se così eufemisticamente si possono definire, che lo condussero all’exitus;

2) – responsabile è da considerare il sanitario di turno al pronto soccorso della casa Sollievo della Sofferenza il 04.12.1991 alle ore 21.30, e ciò sia per non aver fatto sottoporre il sig. G. D. ai dovuti, tempestivi, completi e specifici accertamenti previsti in riferimento alla patologia lamentata dal predetto sia per aver proposto un periodo di “osservazione domiciliare”, e quindi lontano da quel costante e diretto controllo sanitario che, nel caso specifico, si imponeva;

3) – responsabilità può altresì essere attribuita al radiologo che in tale occasione eseguì coscientemente solo un’indagine tecnicamente inutile ai fini di un valido accertamento di corpo estraneo non radiopaco, limitandosi ad eseguire passivamente quanto richiesto dal sanitario del pronto soccorso e refertando laconicamente senza nemmeno richiamare la sua attenzione sul valore semeiologico e clinico nullo agli scopi prefissi della ricerca effettuata;

4) – responsabilità va attribuita all’endoscopista che per primo eseguì l’accertamento diagnostico richiesto dal sanitario di turno al pronto soccorso, in occasione del secondo episodio del 03.01.1992, per non aver provveduto contestualmente all’ispezione e comunque immediatamente e personalmente alla tempestiva estrazione del corpo estraneo, essendo egli stesso, per la sua specialità, il sanitario più qualificato all’esecuzione di un intervento che i segni clinici di lacerazione esofagea in atto rendevano urgente;

5) – altrettanta responsabilità va attribuita al Dr. Cassano sia per aver ulteriormente dilazionato l’intervento estrattivo che per non aver utilizzato una tecnica confacentesi al particolare tipo di corpo estraneo ingerito;

6) – responsabilità è da attribuire a chi ha disposto l’introduzione in esofago della sonda ad espansione di Sengstahen-Blakemore, presidio assolutamente controindicato nella particolare patologia in atto ed anzi tale da aggravarne l’entità;

7) – contemporanea responsabilità è di chi, applicando la predetta sonda non correttamente, ha traumatizzato ancor più il viscere aggravando la prognosi;

8) – responsabilità è, inoltre, da attribuire a chi ha disposto ed a chi ha praticato le successive, ripetute e superflue indagini endoscopiche pur sapendo di provocare ulteriore danno ad un tessuto ormai in grave stato di sofferenza; a tal proposito, va in particolare sottolineato che tutti i traumatismi direttamente apportati sulle pareti esofagee dopo l’avvenuta estrazione del corpo estraneo (applicazione della sonda gastroesofagea ed espansione, esofagoscopie ripetute) allo scopo di far fronte ai danni ad essa collegabili, devono essere ritenuti corresponsabili nel determinismo della perforazione a tutto spessore sopravvenuta a carico della parete sinistra dell’esofago;

9) – responsabilità va attribuita all’equipe chirurgica per la ingiustificabile parcellarità dell’ispezione toracotomica malgrado gli evidenti segni di compromissione controlaterale del viscere che avevano indotto all’intervento stesso;

10) – responsabilità va assegnata, infine, a chi, garante della congruità del trattamento postoperatorio, pur in presenza di sopravvenute complicanze riferibili alla lesione obiettivamente riscontrata prima dell’intervento toracotomico a carico della parete sinistra dell’esofago e mai ispezionata, non ha prospettato doverosamente e direttamente a chi aveva eseguito l’intervento per via esterna l’indicazione e la considerazione dell’utilità di un’eventuale reintervento di revisione che, tempestivamente condotto, anche se non privo di rischio ma giustificato dalle circostanze e dalla gravità del caso, avrebbe potuto costituire l’ultima chance di salvezza per il paziente, impedendo che la flogosi esofagea interessasse in profondità la parete aortica contigua scongiurando il conseguente shock emorragico terminale;

11) – per quanto attiene il G. D., dall’analisi dei fatti, come si è già chiarito nelle premesse, non ci sembra gli si possa attribuire attendibilmente alcun concorso di colpa “

Nome omesso per la legge sulla Privacy


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Qui respiriamo scorie

da un articolo di cinque anni fa

Per dovere di informazione inseriamo alcuni articoli pubblicati anni fa dal nostro giornale per documentare tutto il nostro Dossier Casa Sollievo e non certamente per provocare danni.

L’articolo che ha provocato l’indignazione di monsignor Riccardo Ruotolo che voleva secondo noi esprimere le nostre perplessità, ma evidentemente ha colto nel segno.

CARI SANGIOVANNESI ALTRO CHE “vôria” , QUI RESPIRIAMO SCORIE! L’inceneritore della Casa Sollievo funziona a pieno regime già da tempo. Il suo compito naturale è quello di demolire chimicamente i farmaci e i residui ospedalieri di vario genere fino ai materiali di scarto della medicina nucleare, dunque sostanze radioattive?
Pochissimi o nessuno forse fra i cittadini sangiovannesi sa dell’effettiva funzione dell’inceneritore; che cosa incenerisce, se è vero che dei prodotti chimici o radioattivi provengono da altri ospedali d’Italia, quale regime di funzionamento sostiene e qual’è la concentrazione radioattiva nell’aria del paese.
Da alcune indiscrezioni trapelate sono sorte, in molti, dubbi e perplessità sulla reale attività dell’inceneritore e sulle conseguenze che potrebbero abbattersi sull’ambiente e sulla popolazione nell’eventualità che queste preoccupazioni risultassero fondate. Comunque non vogliamo una polemica forzata, ma è nostro dovere esprimere il disagio e la preoccupazione legittima dei cittadini e nel contempo informare l’opinione pubblica che forse “in alcuni giorni di ogni settimana per semplice precauzione è consigliabile tenere porte e finestre sigillate ed uscire attrezzati di maschere antigas o di semplici mascherine per evitare l’inquinamento da sostanze chimiche o di tute schermate contro il contagio radioattivo”.
È molto probabile che a San Giovanni Rotondo l’aria sia già inquinata di un certo grado di radioattività o di tossicità che non possiamo naturalmente quantificare perché mancano i valori ufficiali dati dal prelevamento dei campioni.
L’inquietudine nasce proprio dal fatto che questi valori possano superare la soglia minima. Inoltre una legge regola l’ubicazione di questi sistemi ad una distanza fra i 25 e i 30 Km dall’abitato.
Noi, invece speriamo che le preoccupazioni di cui siamo investiti lascino il posto alla serenità e alla sicurezza e che il funzionamento dell’inceneritore rispetti le regole e gli scopi per il quale è stato costruito.


La lettera di Monsignore Riccardo Ruotolo

Prot. N° 13613/08/P del 13/06/91
Raccomandata espresso con ricevuta di ritorno del 17/6/91 N° 2808.

In riferimento all’articolo “CARI SANGIOVANNESI ALTRO CHE VORIA, QUI RESPIRIAMO SCORIE!” Si gradisce la pubblicazione integrale della seguente rettifica ai sensi dell’art. 8 della Legge 47 del 8/2/48 e successive modifiche ed integrazioni.

Il contenuto e la forma dell’articolo porta subito ad una prima, amara, considerazione. Nessuno disconosce alla stampa il compito di informazione. A nessuno è lecito però farne uso per diffondere notizie prive di fondamento, specie quando creano falsi allarmi e timori tra la popolazione.
Il fatto è tanto più deprecabile, perché si rivolge contro un ospedale che da sempre si è distinto, in tutti i settori operativi della sua attività, per la puntuale e rigorosa applicazione delle norme legislative anche a costo di oneri economici rilevanti.
Che l’ospedale produca rifiuti è naturale.
Il rischio infettivo, chimico e radioattivo è innegabile, ma non maggiore di quello che si può incontrare al di fuori dell’ospedale. Esistono infatti, all’esterno fonti di inquinamenti ambientali ben più gravi e di proporzioni tali da far passare in seconda linea quelli relativi agli ospedali, anche perché non controllabili a cominciare dall’inquinamento prodotto da tutti gli automezzi in circolazione, di cui però si preferisce tacere e pochi se ne curano per il timore di dover subire limitazioni e rinunce.
Oggi esistono impianti e tecnologie avanzate in grado di ridurre i rischi ambientali. A tali tecnologie la Casa Sollievo ha fatto sempre ricorso tra i primi ospedali.
Sin dalla sua apertura infatti, in ottemperanza alla legislazione vigente ha provveduto a smaltire i propri rifiuti solidi, non radioattivi, mediante un forno inceneritore. Nel 1982 l’impianto è stato sostituito ed ancora ulteriormente modificato per adeguarlo alle innovazioni normative e tecnologiche rivolte soprattutto alla tutela dell’ambiente.
Oggi l’ospedale dispone di un impianto di incenerimento a norma di legge, dotato di un sistema di depurazione dei fumi a doppio stadio a tecnologia avanzata.
A tale soluzione tecnologica si è arrivati attraverso numerosi adeguamenti, che hanno richiesto ingenti investimenti.
Tutto ciò al fine di aumentare l’efficienza della depurazione dei fumi e contenere le emissioni al di sotto dei livelli minimi previsti dall’attuale legislazione.
Un primo adeguamento del nuovo impianto era stato attuato già nel 1985 mediante l’istallazione di una camera di postcombustione dove i fumi, sottoposti a temperature oscillanti fra 959 °C e 1.200 °C, ricevevano un alto abbattimento degli inquinanti.
I controlli eseguiti, mediante rilevamenti effettuati sulle emissioni, avevano fornito dati di assoluta tranquillità. E tuttavia a seguito dell’emanazione del D. P. R. 203 sul contenimento delle emissioni in atmosfera, si è affidato l’incarico ad una ditta specializzata di provvedere all’istallazione di un ulteriore dispositivo di depurazione costituito da un sistema complesso di abbattimento delle polveri e dei gas contenuti nei fumi.
Tale impianto, ormai funzionante da un anno ci ha permesso di minimizzare ulteriormente le emissioni, contenendole molto al di sotto dei limiti previsti dalla normativa vigente.
I controlli che vengono regolarmente eseguiti ogni sei mesi mediante prelievi di campioni delle emissioni e successiva analisi di laboratorio hanno fornito i seguenti risultati, regolarmente certificati:
CONCENTRAZIONI INQUINANTI NELLE EMISSIONI, ESPRESSI in Mg/Nm3:
A B
Materiale particolato 100 28
H Cl Acido Cloridico 100 20
H F Acido fluoridrico 4 0,25
S O2 Anidride solf. 300 8,7
C O Ossido di carbonio 100 11,3

Nella colonna A sono riportati i limiti dei vari inquinanti imposti dalla normativa vigente e nelle B i valori rilevati nelle emissioni provenienti dal nostro impianto di incenerimento a valle dei due sistemi di depurazione, cioè le concentrazioni dei vari inquinanti presenti nei fumi immessi nell’atmosfera dal nostro impianto.
Il rapporto ITISAN 88/37 dell’Istituto Superiore di Sanità include tali tipi di inceneritori, che adottano tecnologie di avanguardia per la depurazione fumi e che permettono il contenimento degli inquinanti di vario tipo al di sotto dei valori minimi consentiti dalla vigente legislazione, fra gli impianti ad alta efficienza il cui numero in campo nazionale è molto limitato.
Completamente diverso è il destino dei rifiuti radioattivi che, in base alla normativa vigente D. P. R. 13/2/1964 N° 185 devono essere invece smaltiti con metodologie differenti da quelle dei rifiuti speciali.
Nel rispetto dell’attuale legislazione in materia l’ospedale provvede infatti ad allontanare e smaltire tali rifiuti attraverso due metodiche fondamentali:

1) Trattamento di decontaminazione mediante impianto specifico;
2) Allontanamento e smaltimento mediante ditta specializzata e regolarmente autorizzata.

Nessun rifiuto radioattivo viene quindi smaltito nel nostro forno inceneritore.
Affermazioni diverse sono del tutto false!
È doveroso inoltre precisare che gli organi provinciali e regionali preposti ci hanno autorizzato a collaborare, in quanto unico inceneritore ospedaliero a norma della provincia, all’incenerimento dei rifiuti provenienti da presidi ospedalieri della provincia e non già di altre provincie e regioni come in maniera molto subdola si insinua nella pubblicazione.
È proprio vero! Mentre a livello nazionale ed internazionale la nostra struttura ospedaliera viene apprezzata e portata ad esempio per tutti i suoi impianti e le sue attrezzature, qualcuno in loco, non sappiamo per quale tipo di interesse personale o di parte ideologica, non ancora scomparsa, con grande faziosità e con altrettanta ignoranza abissale da far vergognare chiunque abbia un minimo di dignità e pudore, continua a diffondere false notizie sull’istituzione e sui dipendenti.
È una riflessione amara!
Alcuni individui non sono degni di avere sul proprio territorio una struttura ospedaliera di spicco sul piano assistenziale, scientifico ed ambientale.
Padre Pio ripeterebbe ancora oggi il detto evangelico: “Nemo propheta in patria”; (Nessuno è profeta in patria, n.d.r.).

IL PRESIDENTE
Mons. Riccardo Ruotolo


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Nostra risposta del 12/7/91

6 febbraio 96

Nostra risposta del 12/7/91 raccomandata N° 5575

Ill.mo monsignor Riccardo Ruotolo,
come da suo desiderio pubblicheremo la rettifica da lei richiesta, anche se per la legge da lei citata avremmo dovuto pubblicare solo 30 righe.
L’articolo “Cari sangiovannesi, altro che vôria, qui respiriamo scorie” voleva soltanto esprimere delle perplessità sul reale funzionamento dell’inceneritore e a una più attenta lettura, potrà verificare la veridicità delle nostre affermazioni.
Ci sembra, tuttavia, che Lei dia eccessiva importanza al nostro giornale che doveva essere stampato al ciclostile e che soltanto la nostra intraprendenza ci ha permesso di stamparlo, invece, in tipografia; pur tuttavia le poche copie che distribuiamo, non nuoceranno certamente alla Casa Sollievo, una struttura di cui non disconosciamo l’importanza, ma che certamente ha tanti difetti.
Certo l’inquinamento delle automobili è abbastanza pericoloso, ma non se ne può certamente impedire la circolazione, ma soltanto limitarla, ma questo non è certo in nostro potere, mentre magari Lei potrà dire “una parolina” alla prossima giunta e il problema che tanto l’angustia, sarà risolto.
Ci risultava che gli inceneritori dovevano essere costruiti ad una distanza di circa 25 km dal paese, ma una più accorta informazione ci ha delucidati che tale distanza è soltanto di 2 km, mentre quello della Casa Sollievo è a 100 m e molto vicino dunque agli ammalati che sono costretti a respirare aria inquinata forse anche diossina.
Ci fa piacere che l’inceneritore venga continuamente controllato con apposite apparecchiature, ma forse per una sua “distrazione” non ci ha fornito l’indirizzo della ditta che effettua i rilevamenti, né inviato fotocopie di essi. Questa “distrazione” potrà dar adito alla diceria che l’inquinamento sia superiore a quello indicato nella rettifica.
Chiediamo pertanto di poter visitare l’inceneritore insieme a nostri tecnici: rappresentanti del WWF, Lega per l’Ambiente, Italia Nostra, Green Peace, Verdi e rappresentanti di radio ed amici di altri giornali locali.
Pensiamo che sia indifferente che i rifiuti provengano soltanto dalla provincia e non da altri ospedali d’Italia, cosa del resto mai affermata nel nostro giornale. Provengono comunque da altri ospedali e allora perché inquinare la nostra aria?
A livello nazionale ed internazionale non si sa quello che effettivamente succede e poi questa è una questione che riguarda soltanto noi, agli altri non interessa certamente il grado di inquinamento dell’inceneritore; oltretutto se ci fossero sostanze tossiche, le respireremmo noi e non certamente loro.
Lei dice che non meritiamo questa struttura? Bene! Se la porti ad Andria. Una considerazione: la Casa Sollievo merita la sua presidenza? Siamo del parere che la sua presenza sia più gradita altrove, per esempio ai servigi di sua santità Giovanni Paolo II. Le sue tre lauree non meritano di essere “sprecate” per una “piccola struttura” come la Casa Sollievo.
“Nessuno è profeta in patria?” Questo è allora il motivo principale per il quale è così lontano dalla sua natia Andria? Ritorni pure alla sua terra d’origine, le assicuriamo che nessuno sarà dispiaciuto della sua partenza.

A questa raccomandata non è pervenuta alcuna risposta, evidentemente monsignore si è reso conto che forse era meglio “stare zitto”!

ALTRE CONSIDERAZIONI NON CONTENUTE NELLA NOSTRA RACCOMANDATA

La lettera di monsignore asserisce che l’inceneritore può funzionare fino a 1.200 °C, ma non è detto esplicitamente che funziona a tale temperatura, se infatti dovesse funzionare, per esempio, ad 800 ° C, la diossina non verrebbe abbattuta chimicamente, ma resterebbe sospesa nell’aria.
Leggendo le tabelle di monsignore sembra quasi che sia il paese ad inquinare Casa Sollievo: c’era una volta un agnello che secondo il lupo sporcava l’acqua che lui beveva …
Le sostanze radioattive non si possono demolire chimicamente, ma devono essere poste in scatole rivestite di piombo e aspettare che la radioattività diminuisca naturalmente dopo moltissimi anni; questo particolare evidentemente non è a conoscenza dei tecnici dell’inceneritore, né di monsignore e poi reclama perché esprimiamo delle perplessità. In che mani siamo capitati!!!
Non è propriamente esatto dire che la Casa Sollievo è da esempio agli altri ospedali, negli altri articoli ci sono casi di disfunzione; nei prossimi numeri pubblicheremo gli altri man mano che ci pervengono.
Dobbiamo supporre che quanto affermato in altri articoli: “LA GUERRA DEI DUE RICCARDO” e “LA CASA SOLLIEVO AVVELENA ANCHE TE!” sia tutto veritiero, visto che monsignore non si è premunito di informarci di provvedere a rettificarli?

RISPOSE ANCHE IL WWF

Risponde il WWF nelle vesti del suo responsabile di zona:
Ci viene un dubbio su tutto quello che si scrive sull’ambiente a livello politico e personale, perché non rispecchia la realtà attuale del degrado ambientale e del pericolo della salute pubblica che si corre oggi.
Condanniamo alcune infondatezze dell’articolo “Cari sangiovannesi, altro che vôria, qui respiriamo scorie”, ma non siamo nemmeno d’accordo con ill.mo mons. Riccardo Ruotolo sulla sua nota di risposta.
Sappiamo che gli impianti debbono essere ubicati ad una distanza minima di 2 km dal centro abitato, e non com’è sito adesso a 100 m, e poi in una zona dove non c’è solo la “vôria” che porta l’inquinamento in paese.
Tali impianti devono essere autorizzati dalla provincia e questo non ci risulta (dalla viva voce dell’assessore provinciale dell’ambiente).
La ditta specializzata, la SPEM, regolarmente autorizzata (forse a Bari), nel nostro paese è “autorizzata” solo allo smaltimento e all’uso dell’immondezzaio comunale per i R. S. U. (Rifiuti Solidi Urbani).
Se lei monsignore vuole dialogare con noi, ci faccia vedere le autorizzazioni e i parametri riguardanti l’incenerimento e smaltimento (ceneri e vetro), dopodiché potremo valutare quanto da lei affermato nella nota di rettifica.

Ci pervengono voci secondo le quali nel 1996 l’inceneritore di Casa Sollievo sarà smantellato. Sarà vero?


Saggezza Garganica

Perle
di
Saggezza
Garganica

Cultura locale

Presentazione

Eccoci finalmente qui a pubblicare il secondo volume di Perle di Saggezza Garganica, non sarà un’opera d’arte come qualcuno pretendeva che fosse, non abbiamo la capacità degli studiosi, perciò certi giudizi sono inutili come per esempio di non saper scrivere il dialetto, nessuno può affermare di saperlo fare. Dovremmo imparare tutti la fonetica mondiale, cosa abbastanza difficile come spieghiamo in seguito.
Ringraziamo comunque tutte quelle persone “intelligenti” che ci hanno ospitato anche in Internet per dire che non sapevamo scrivere neanche in italiano; a tutte queste persone così “istruite” e così “intelligenti” diciamo soltanto questo: Noi da persone “ignoranti” abbiamo pubblicato qualcosa e bene o male abbiamo contribuito alla cultura paesana, loro tanto “intelligenti” e soprattutto “maestri” dell’italiano, nonché “fini dicitori”, non sono stati capaci finora di pubblicare un rigo per paura delle critiche o di chissà cosa; prima di criticare gli altri, pubblicassero prima qualcosa e poi ne discuteremo.
Questo non significa che non amiamo le critiche, ma devono essere costruttive e non offensive e denigratorie.
Alla fine di tutti questi discorsi chi è meglio, chi serve alla società? Chi chiacchiera e chi apre bocca per dargli fiato e non produce nulla? O chi produce e non chiacchiera anche se “ignorante” secondo alcuni? Sanno costoro che significa dentale cacuminale senza consultare un vocabolario?
Il nostro è soltanto un lavoro di documentazione e non sicuramente “alta cultura” come qualcuno pretende che fosse, il nostro obiettivo è soltanto quello di raccogliere e pubblicare, dopo, chi avrà più capacità di noi, potrà valorizzare meglio il nostro lavoro e perché no anche quello degli altri.
Raccogliere proverbi è facile, classificarli e catalogarli usando una certa logica è più difficile; come metterli insieme? Quale categoria utilizzare? Tutti quelli che riguardano il tempo? Ma dopo gli stessi proverbi possono entrare in un’altra categoria e allora che logica seguire? Avremmo potuto seguire i dettami dell’Istituto Pareimologico Italiano, ma abbiamo preferito un metodo tutto nostro, non per essere ribelli, originali o individualisti, ma soltanto per praticità e anche diciamolo pure per fornire un altro argomento per la nostra “ignoranza”.
Nei proverbi si risente la cultura patriarcale e maschilista che esisteva nel momento in cui sono stati detti e parecchi altri non sono più validi, ma li abbiamo inseriti ugualmente sempre per quella famosa opera di documentazione che abbiamo iniziato tanto tempo fa.
Per non parlare del fatto che bisogna anche capire se si tratta di proverbi o soltanto di modi di dire o di altro; abbiamo risolto il dilemma, pubblicandoli tutti insieme, poi ognuno se li inserisce dove gli pare.
Noi li abbiamo documentati, poi gli studiosi li catalogheranno nella sezione giusta; i proverbi in fondo nascono così.
Come l’altra volta abbiamo pubblicato anche le parole cosiddetti volgari, questo perché anche i nostri anziani le usavano e per loro era una cosa normale.
Cosa significa volgare? Appartenente al volgo (popolo), plebeo, ignobile, popolare, privo di distinzione, grossolano. Lingua del popolo contrapposta al latino. Tutto ciò lo affermano diversi vocabolari, c’è forse qualcuno che vuole contraddire tutti questi vocabolari?
Anche chiazza, nannò, ghianche sono parole volgari, perché appartenenti al popolo. Oppure c’è qualche differenza?
Se qualcuno non ama queste parole, allora non legga questo libriccino, ma lo butti pure.
Senza le parole volgari, non esisterebbero i proverbi, perciò non ci possiamo esimere dal metterle, anche perché sarebbe scorretto ometterli, sempre per quella cultura di cui tante persone vanno cianciando, ma poi quando si trovano di fronte a certi argomenti un po’ scabrosi sono i primi ad andarli a leggere.
Ringraziamo per il contributo fornito per la realizzazione di questa piccola opera Pietro Perna e tutte le altri fonti, di cui per il momento non riveliamo i nomi.
Abbiamo utilizzato questo formato e questo prezzo; sia perché questo è un formato comodo e tascabile, sia perché il prezzo è accessibile ad una buona parte dei nostri lettori.
Una curiosità: Lo sapevate che i tedeschi sono i maggiori cultori dei dialetti pugliesi? Finora si sapeva che si interessavano alle nostre opere architettoniche, ma curiosando fra le varie biografie di altri studiosi, abbiamo notato numerose titoli di questi scrittori; tipo Dialetten in Apulia, Romanische Etymotologisches Wörterbuch di W. Meyer-Lübke, Heildelberg e simili.
Certo sono più bravi di noi, hanno più materiale a disposizione, consideriamo che Federico II è stato dalle nostre parti; ma noi che siamo del posto non dobbiamo essere da meno, perciò chi può, pubblicasse tutto il materiale che riguarda il nostro paese e il Gargano senza preoccuparsi delle critiche.
Invitiamo altresì tutte quelle persone laureate la cui tesi ha interessato il nostro territorio a pubblicarle; non tenetevela nascosta e soprattutto dividete con altri il vostro sapere.
Se da soli non sapete come muovervi, allora contattateci, servitevi della nostra piccola esperienza editoriale.

L’editore

Nota linguistica

Nel trascrivere il dialetto nasce il problema di come renderlo fruibile ad una buona parte della popolazione.
Tutti tentano di trascrivere il dialetto. Tutti ci provano e nessun metodo può dirsi sbagliato, può piacere come lo ha trascritto uno studioso, oppure come lo ha trascritto un altro, ma nessuno può dire che lo abbia scritto bene Nessuno può quindi arrogarsi il diritto di saperlo scrivere bene.
Sarebbe facile utilizzare il linguaggio scientifico, la cosiddetta fonetica mondiale, ma ci sarebbero troppo cose da imparare, troppi segni diacrostici che servono soltanto agli addetti ai lavori; tanto per fare un esempio basta ricordarsi alcuni segni del latino: Ă, Ũ, ā, ŏ, ō, æ, œ, oppure ř, ɐ, chi è in grado di pronunciarli? Non basta, ci sono le parentesi sotto le lettere, non poggiate in senso orizzontale come nelle lettere appena scritte, ma in verticale, sia sopra che sotto; chi impara la fonetica mondiale è in grado di parlare il dialetto dopo dieci secondi come coloro che lo parlano da anni, sempre che colui che lo abbia trascritto, abbia usato i segni diacrostici giusti.
Noi abbiamo preferito non essere complicati, abbiamo usato la fonetica della lingua italiana, poiché è l’unica che siamo in grado di scrivere e quindi di leggere.
Per leggere il dialetto bisogna seguire un metodo che ci siamo dovuti inventare nel notare che nessuno dei nostri lettori sapesse leggerlo. Col nostro piccolo trucchetto, invece, la lettura procede spedita.
Bisogna leggere prima la parola come fosse italiano, poi leggerla velocemente con cadenza dialettale, se si incontra qualche difficoltà, rileggere lentamente, capire come deve essere pronunciata e poi leggerla velocemente.
Sono anni che si dice che la e finale non si legge, praticamente come i francesi, ma se non si legge, perché allora trascriverla? Tuttavia, noi siamo del parere che non sia muta, ma semimuta, poi ognuno si regoli come gli pare.
Scientificamente si chiama schwa leggesi svàa, dall’ebraico sceva che significa niente che è un modo particolare di trascrivere la e muta, trascritto come con una e capovolta (ə), in altri libretti spiegheremo meglio tutti questi passaggi.
Abbiamo preferito utilizzare il (-) trattino per indicare che uno o più parole si pronunciano con un’unica emissione di voce.
Per l’esatta pronuncia del dialetto non dobbiamo rivolgerci ai pastori oppure agli emigranti, ai primi anche se sono vissuti lontani dalla cosiddetta civiltà con contatti con pochissime persone, possono aver conservato l’esatta pronuncia dialettale, non parlando, ma potrebbero aver dimenticato l’esatto suono; mentre i secondi andando via, avendo avuto dei contatti con lingue straniere, hanno ormai una pronuncia imbastardita, quindi ci dobbiamo affidare soltanto ai nostri ricordi e soprattutto dobbiamo utilizzare la tecnologia, registrando il mondo antico che ormai non c’è più.
Raccogliendo parecchio materiale, ci serviremo degli interventi di studiosi per poter così lasciare ai posteri un’opera abbastanza completa sul nostro dialetto e sulla nostra cultura.
Ora non ci resta che augurarvi buona lettura.

Proverbi e modi di dire

Sangiuvannare cullu cule a panare,
Santemarchisi cullu cule appise.
Sangiovannesi col sedere a cestino (tondo), Sammarchesi col sedere che pende.

Santemarchisi scia-ampise,
Sangiuvannare culle cule a panare.
Sammarchesi che siano impiccati, sangiovannesi col sedere a cestino (tondo).

Rignane tunne tunne
Sante Marche indu nu funne,
Sangiuvanne na bella città,
caccia giune in quantità.
Rignano tondo tondo, San Marco in una dolina, Sangiovanni una bella città, sforna giovani in quantità.

Li fammene di Cerignola piscine ‘nterre e dicene che chiove.
Le donne di Cerignola urinano per terra e dicono che piove.

Li femmine di Viche sapene côce li ciammariche, li mettene allu sole e li fanne ascì li corna fore.
Le donne di Vico Garganico sanno cuocere le chiocciole, li mettono al sole e le fanno uscire le corna fuori.

Chi nin tane langhe,
nin và in Sardegne.
Chi non ha lingua, non va in Sardegna. Nella vita chi non è sfacciato, non parla e non riesce ad andare da nessuna parte.

La carpinesa vò magnà e nin-vò fà spesa.
La carpinesa (donna di Carpino) vuole mangiare e non vuole fare la spesa; non vuole spendere soldi, vuole mangiare gratuitamente.
Esiste anche un’altra versione con una leccese, anziché con la carpinesa.

La leccese vò magnà e nin-vò fà spesa.

Sangiuvanne ijè come na tina,
li fatte della sara ci sapene la matina.
San Giovanni (Rotondo) è come un tino, i fatti della sera si sanno la mattina.

Li chiacchijere della sara,
nin ce trovane la matine.
Le chiacchiere della sera, non si trovano la mattina. La sera si fanno dei propositi e la notte cambiamo idea, perché porta consiglio.

Ni ijì a commite sxednza immitate,
ni ijì alla messa senza sunate.
Non andare a convivio senza essere invitato, non andare a messa senza una suonata (soldi per la questua).

Tra zinghere e callarule nin ci appura la verità.
Tra zingari e caldaroli (costruttori di caldaie o meglio di pentole) non si appura la verità, in quanto sono bugiardi.

Puccuessa lu cane attizza,
vò la pizza.
Per questo motivo il cane aizza, vuole la pizza.
Proverbio dalla sottile filosofia, perché è difficile capire il fine ultimo per il quale una persona reclama vivacemente e aizza un’altra persona; perciò in questo caso chiedetegli lo scopo ultimo di tutto questo odio. Se non te lo dice, cerca di capirlo da solo.

Chi tene magna,
chi nin-tane, fiscka.
Chi possiede mangia, chi non ha nulla fischia per dimenticare che ha fame.

Mitti la chiave alla cascia,
cuanne tine lu pane a-g-grascia.
Metti la chiave al cassettone (cassapanca), quando hai il pane in quantità. Prima anche un po’ di pane bisognava proteggerlo bene, altrimenti sarebbe sparito nella pancia di qualcuno.

Povere cafone sventurate,
iova la matina
e sera frittata.
Povero contadino sventurato, uova la mattina e sera frittata. Questa è la fortuna dei poveracci, dopo una sventura ne capita un’altra. Questo contadino nonostante il duro lavoro è costretto a mangiare sempre la stessa minestra.

Lu cozze che vene da fore,
chicoccia lasse,
chicoccia trova.
Il contadino che viene da fuori, zucchina lascia e zucchina trova.

Chi tene la facce ci-a-m-marite,
chi ninne tane rumane zite.
Chi ha la faccia (è sfacciato) si sposa, chi non ce l’ha, rimane scapolo.

Sant’Anna, mia sant’Anna
a fatte nasce a Maria,
ijè nate nu belle frutte
e ijè padrone dillu munne tutte.
Sant’Anna, mia Sant’Anna hai fatto nascere Maria, è nato un bel frutto (Gesù Bambino), è padrone di tutto il mondo.

Robba mija, aiuta a me.
Roba mia, aiutami. Vendi qualcosa e paghi un debito.

Dille puttana,
prima che te lu dice iessa.
Dille puttana, prima che te lo dice lei. Prima che una persona ti offenda, offendila.

Douva ne magne uno,
ne magnene dece.
Dove ne mangia uno, ne mangiano dieci; ci sono delle varianti con altri numeri: undici, dodici etc.

Com’ijè brutte fatije in chiazze,
ce stanne tante cacacazze.
Com’è brutto lavorare in piazza, ci sono molti rompiscatole che ti consigliano sul lavoro da fare pur non essendo degli esperti.

Fertune e cazze ‘n cule,
bejate chi ce li pighija.
Fortuna e pene nel sedere, beati chi se li piglia.

Pane, scorrcia e muddica
lu meghije cumpaneteca ijè l’apputite.
Pane, scorza e mollica il miglior companatico è l’appetito. La filosofia di chi non ha nulla da mangiare oltre al pane e si consola con l’appetito.

Come fà lu lette,
cuscì te cuche.
Come ti rifai il letto, così ti corichi, ovvero lo trovi, se le lenzuola le lasci arricciate, dopo le trovi arricciate.
Per estensione se nella vita scegli male, ti troverai male.

Sparte palazze
e diventa paghijare.
Dividi palazzo, diventa pagliaio. Se dividi male qualcosa, non ti rimane nulla.

Chija sparte,
ieva la meghije parte.
Chi spartisce, ha la miglior parte. Contrario al precedente; qui chi assegna le parti, si prende la migliore.

Se lampa, scampe,
se ‘ntrona, chiove.
Se ci sono i lampi, ci salviamo, perché non piove; se tuona, piove.

Douva arrivame,
chianteme lu cippe.
Dove arriviamo, piantiamo un piccolo ramo, ovvero mettiamo una segnalazione. Si diceva quando si sapeva già dall’inizio che un lavoro non lo si poteva portare a termine perché mancava qualcosa, comunque si lavorava fino a quando si poteva e ci si ferava dove si arrivava.

La carna cotte nin torna chiu all’ucciaria.
La carne cotta non torna più alla macelleria; sia perché il macellaio non la prenderebbe indietro, sia perché sarebbe ridicolo. Quando si usa qualcosa appena comprata, non si può pretendere che il commerciante se la riprenda.

Nesciuna carne rumane all’ucciaria.
Nessuna carne rimane alla macelleria. Se si mette in vendita qualcosa, questa la si vende, perché la si mette in mostra.

Muntagne e muntagne
nin ci ‘ncontranene mà.
Montagne e montagne non si incontrano mai, ma gli uomini si possono sempre rincontrare; si riferisce alla resa dei conti, qualcuno non vuole pagare e si nasconde, quando vede il suo creditore, o perlomeno tenta, ma prima o poi lo incontrerà e allora …

Adova ce fà notte,
ci fà jurne.
Dove si fa notte, si fa giorno. Filosofia dello scapolo che non ha legami con nessuno e di conseguenza può andare dappertutto senza dar conto a nessuno.

Cosa vennuta,
cosa fenute.
Cosa venduta, cosa finita; o meglio soldi finiti; mentre se non vendi l’oggetto o per meglio dire la casa o la terra, questi acquistano valore e ne sei sempre in possesso.

Li solde ci-appiccichene ‘n-mane.
I soldi si attaccano in mano. Chi maneggia soldi, festeggia, se ne approfitta, li usa per cose sue, anche se dopo li restituisce. Con questo c’è anche la spiegazione del seguente proverbio.

Chija maneggia,
festeggia.
Chi maneggia, festeggia.

Allu scuaghija della neve,
ce vedene li strunze.
Allo sciogliere della neve, si vedono gli stronzi. Alla resa dei conti, escono i difetti.

La fatija feta.
La fatica è dura.

Jacqua passate,
ni macine lu rane.
Acqua passata non macina il grano. Non bisogna rimpiangere quello che è successo, ormai non si può tornare indietro. Quasi come dire: Chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, scordiamoci del passato.

Chi jale,
poche vale.
Chi sbadiglia, poco vale; ovvero chi si annoia, non produce nulla di buono.

La chiacchijera ijè llonga
e la processione camina.
La chiacchiera è lunga e la processione cammina. Dopo un lungo discorso ci si è accorge che è tardi e si vuol trovare una scusa per andare via e quindi lasciare il nostro interlocutore.

Robba vecchija in case de pacce more.
Roba vecchia in casa di pazzi muore. La roba usata in casa di persone spendaccioni è sprecata, perché la buttano.

Pane e casce prijezze della casa.
Pane e formaggio gioia della casa. Prima nelle case il formaggio era un lusso, perciò quando c’era, erano contentissimi; mentre adesso anche se il frigo è pieno, non si è mai contenti.

All’orte dellu cumpare
ce coghijene li melune.
All’orto del compare vengono raccolti i meloni. Un sottinteso per dire che il compare insedia la moglie.

Cuanne tene lu candre chiine,
te vane de cacà.
Quando hai lu candre pieno, hai voglia di defecare. Lu candre era un grande vaso con coperchio, dove tutti facevano i loro bisogni, poi alle quattro di mattina passava una piccola autobotte, dove si andava a svuotarlo. Quindi se era pieno, non si poteva defecare. Morale: Quando è impossibile fare qualcosa, allora ti viene voglia di farla.

Marija cuntraijiausa
cuanne chiove,
mette l’acqua alli pucine.
Maria bastian contrario, quando piove, mette l’acqua ai pulcini. Morale: quando non serve, ti viene voglia di farla. Simile al precedente.

Cuanne la jatta ninnà arriva allu larde,
dice che sape de rancete.
Quando la gatta non arriva al lardo, dice che ha il sapore del rancito. Versione dialettale della favola di Esopo, quella della volpe e l’uva. La volpe non arrivava all’uva, disse che era acerba e quindi era inutile tentare di nuovo. Morale: quando non si riesce a fare qualcosa, si trova una scusa più o meno plausibile per giustificarsi di non essere riuscito a farla.

Cullu tampe e sotta la paghija
ci-a-mmaturene li naspule.
Col tempo e sotto la paglia si maturano le nespole. Morale: Gli eventi maturano col tempo, quindi è inutile disperarsi.

Cuanne vedite li naspule,
vuija chiangnite,
cueste ijè l’ultime frutte della staggione.
Quando vedete le nespole, piangete, questo è l’ultimo frutto dell’estate. Una volta le nespole era l’ultimo frutto dell’estate, ma adesso con le serre e con le celle frigorifere non è più così. É finita l’estate, il caldo non c’è più e quindi si avvicina l’inverno. Adesso questo proverbio non è più valido in quanto ci sono soltanto le mezze stagioni.

Lu debbete ce magne lu capitale.
Il debito si mangia il capitale. Morale: Se non fai in fretta a pagare il debiti, i debiti si mangeranno tutto quello che possiedi.

Vide ca fatte Musseline,
ogne case nu muline.
Vedete che ha fatto Mussolini, ogni casa un mulino. Con le riforme agrarie Mussolini ha tentato di portare del lavoro in tutte le case.

Chi nin-tane che fà,
và pettanne lu cule delli cane.
Chi non ha nulla da fare, colora il sedere dei cani. Frase a sfottimento che si usa dire a quelli che fanno un lavoro completamente inutile.

Chi nin-tane che fà,
pettenaija li cane.
Chi non ha nulla da fare, pettina i cani.

- Và a mitte l’acite ‘ncule li cane.
- Vai a mettere l’aceto nel sedere dei cani. Questa è un’imprecazione che si usa dire, quando una persona è insopportabile e le si consiglia di fare questo mestiere perfettamente inutile.

Chija avvise,
more accise.
Chi avvisa, muore ucciso; perché l’avvisato uccide l’avvisatore o il consigliere come Pinocchio che uccise il Grillo Parlante.

Come me sune,
cuscì t’abballe.
Come mi suoni, così ti ballo. Se suoni il valzer, ballo il valzer. Come mi tratti, così ti tratto.

Ce respette lu cane
pe’ l’amore dellu padrone.
Si rispetta il cane per amore del padrone. Se un cane rompe le scatole, abbaiando o mordendo, non gli si dice nulla, se il padrone è nostro amico e non vogliamo litigare, altrimenti …

Chija neijoza campe,
chi fatija more.
Chi negozia (commercia) campa, chi lavora (per gli altri) muore, perché guadagna poco.

Lu sazie nin crede allu dijune.
Colui che è sazio, non crede a colui che è digiuno. Il ricco non crede che il poveraccio non riesce a vivere.

Se ijè fighija de jatte,
‘ncappe li surece.
Se è figlia di gatta, acchiappa i topi. Se è figlio di contadino, sa zappare; se è figlio di professore, dovrebbe sapere un po’ di cultura. Significa che una persona con tempo riesce a mostrare il proprio carattere.

Li fugne a rocchije,
li fasse a cacchijea.
I funghi a mucchio, i fessi a coppia. Sfottimento che si usa dire, quando si incontrano due amici che stanno sempre insieme.

Scorciacrape scurciave li crape,
tu scurce lu c…
Scorciacrape (soprannome di persone e anche un mestiere) spellava le capre, tu rompi il c…

Li furrizze ‘nnanze
e li saggie ‘ndrate.
Le “furrizze” avanti e le sedie (fatte di legno) dietro. La furrizza era uno sgabello che si costruiva con le “fraule”, pianta simile al finocchio il cui centro si sviluppa per oltre un metro, quando si seccava, si tagliava con il coltello e si costruivano degli sgabelli, anche se debole e di poco costo. Come dire le persone di poco conto in prima fila, mentre quelle importanti dietro.

La jaddina fà l’ova
e allu jadducce li dole lu cule.
La gallina fa l’uovo e al gallo gli fa male il sedere. Come dire che la persona che non lavora, si lamenta e quella che lavora no.

Chia ce vante sule,
nin vale nu fasciule.
Chi si vanta da solo, non vale un fagiolo. Sono gli altri che devono elogiare i tuoi pregi.

Lu puce inte la farina ce crede mulinare.
La pulce nella farina, si crede mugnaio. Come dire che una persona che è appena diventata ricca, pensa già di essere nobile e quindi d’aver raggiunto una posizione di prestigio.

Lu pajese ijè dellu paijesane.
Il paese è del paesano. Il forestiero non può pretendere di avere successo in un paese che non conosce in quanto il paesano lo conosce meglio e sa come muoversi.

Lu scappà ninnè come lu fuja.
Lo scappare non è come il fuggire. Scappare significa correre tranquillamente, mentre fuggire, significa allontanarsi forzatamente da un pericolo.

Lu cane bbone abbaija allu padrone.
Il buon cane abbaia al padrone. Un cane che non abbaia al padrone non serve neanche ad avvertire che sta arrivando un estraneo.

Chi prima ce iauza,
prima ce cauza.
Chi prima si alza, prima si veste. I nostri padri non avevano molti vestiti buoni, perciò chi si alzava per prima, prima si vestiva, anzi meglio si vestiva, gli altri si arrangiavano comunque si vestivano con vestiti rovinati.

Lu ciucce porta la paghija
e lu ciucce ce la magna.
L’asino porta la paglia e l’asino se la mangia. Come dire che si è fatto qualcosa di inutile per la società in quanto si è consumato tutto quello che si è prodotto.

Aspette ciucce mija a paglija nova.
Aspetta asino mio a paglia nuova. Per mangiare l’asino doveva aspettare la mietitura. Come dire per riavere i tuoi soldi, aspetta a quando me li procuro.

Viste a cippone,
diventa bbarone.
Vesti il ceppo (radice di un albero), diventa barone. Se vesti bene un mendicante, questi diventa una persona importante. Come dire l’abito fa il monaco.

Uaà e disgrazie vanne aunita.
Guai e disgrazie vanno insieme. Una sfortuna attira l’altra.

Uaà e uaà e morte mai.
Guai e guai sì, ma mai la morte.

La robba va come lu vente,
la malauria la tine sempa ‘nnanze.
La roba si consuma come il vento, il malaugurio lo tieni sempre avanti.

Se la Madonna vò,
duie frate e doija sore.
Se la Madonna vuole, due fratelli e due sorelle.

Se la Madonna vò,
ciamma fà caienete.
Se la Madonna vuole, ci dobbiamo fare cognati.

La chiaza ijè dillu ra
e passe quante vogljie ijì.
La strada è del re e passo quando voglio io. Risposta che si dava alle ragazze, quando si passava vicino casa sua e questa ragazza non voleva che questo ragazzo passasse di lì.

Nin-si bbone pellu ra,
nin-si bbone pe la regina.
Non sei buono per il re, non sei buono per la regina. Questa era la risposta che davano le ragazze ai riformati. Prima c’era la monarchia, ma c’era comunque il servizio militare, quindi questo ragazzo riformato non era buono per il re, mentre la regina era lei. Questo proverbio era oltremodo offensivo, perché se era stato riformato, dal punto di vista fisico significava che aveva qualche difetto e magari lì.

Riformato di guerra,
sceglitore di donne.

Riformato di guerra, sceglitore di donne. Proverbio contrario al precedente. Questa era la risposta che si poteva dare alle ragazze che davano la risposta del proverbio precedente e quindi il riformato si rivalutava anche nei confronti di coloro che andavano al servizio di leva.

Tramanze li va acchitte li fasciature,
vidi quante ti costa ssa nzuratura.
Nel frattempo che vai a comprare le fasce (una specie di pannolino di una volta), vedi quanto ti costa questo matrimonio; prima lavorava soltanto l’uomo.

Chi lasse panne e cappa,
sape che lasse,
ma-nò-quedde che acchiappe.
Chi lascia panno e cappa, sa cosa lascia, ma non quello che acchiappa. La cappa era un mantello che si usava a mo’ di cappotto. Per capire meglio basta guardare quei film di cappa (appunto) e spada, il mantello che usava l’eroe era la cappa, Zorro era uno di questi e quel mantello era la cappa. Simile al proverbio: Chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quel che lascia, ma non quello che trova.

Chi ne fabbrica e ni mmarite,
nin sape a stu munne che ci dice.
Chi non fabbrica (costruisce casa) e non si sposa, non sa a questo mondo che si dice. Quando si costruisce la propria casa o ci si sposa si incontrano le difficoltà giorno per giorno e tutti i costi lievitano di continuo.

Ditte pè ditte
e lu cule di zia fritte.
Detto per detto e il sedere di zia fritta.

Caca mele, caca pere,
pozza stà fine a massera.
Defeca mele, defeca pere, posso stare fino a stasera pur di non lavorare.

- ‘Na cacate nin-fa notte.
Una defecazione non fa notte, non occorre molto tempo per farla. Si diceva a coloro che approfittando di questo bisogno fisiologico, perdevano molto tempo pur di non lavorare.

L’aucedde chi nin canosce lu rane,
rumane dijune.
L’uccello che non conosce il grano, rimane digiuno. Se non sai riconoscere la fortuna, sarai sempre sfortunato.

Ni fà nante che sò chernute,
baste che magne e vaje vestute.
Non fa nulla che sono cornuto, l’importante che mangio e sono vestito. Si diceva nel dopoguerra, perché allora non c’era molto da mangiare e parecchie donne si prostituivano e andavano a letto con gli americani anche di colore e ha dato modo di scrivere la Tammurriata Nera. Proverbio valido anche adesso, quando l’uomo non vuole lavorare e non gli interessa che la moglie lo tradisca, purché porti soldi a casa o comunque ha un vantaggio economico o una promozione.

La Madonna che porte li ricchijine.
La Madonna che porta gli orecchini. Risposta che si da a coloro che rubano, ma lo sanno poche persone e anche la Madonna che conosce il nostro vero animo. Portare gli orecchini a testa alta significava che quella era una ragazza onesta.

Chi ni vò ntenne,
pede stanne.
Chi non vuole intendere, piede stende. Chi non vuole capire, muore o comunque gli va tutto storto.

Chia ci sposa indi la stessa chiazza,
veve indi lu stesse buccare,
chia indu lu paijese vicine,
ci sposa a trufole.
Chi si sposa nella stessa strada (paese), beve nello stesso bicchiere, chi nel paese vicino, si sposa a trufole (bicchiere non trasparente). Come dire: Donne e buoi dei paesi tuoi.

Vecchije e frustere vò iasse accise chia li crede.
Vecchi e forestieri vuole essere ammazzato chi gli crede. I vecchi perché tornano bambini e quindi dicono bugie e i forestieri possono mentire, tanto nessuno potrà mai contraddirli.

Ci vede lu suttanine.
Che tada spusà?
Si vede la sottana, ti devi sposare? Le donne di prima allungavano la sottana per farla vedere e mostrare la loro sensualità, quindi farsi corteggiare e di conseguenza farsi sposare.

Morte scì, prigioniere nò.
Morto sì, prigioniero no. Quando per una questione di principio si preferisce scegliere qualcosa di negativo, pur di non rinunciare ai propri principi.

Ni vù arà
e nin-vù scurcià.
Non vuoi arare e non vuoi spellare. Praticamente non vuole scegliere né un lavoro pesante, né uno leggero.

Lu mediche studia
e lu malate more.
Il medico studia e il malato muore. Proverbio pessimistico dovuto all’ignoranza che c’era prima, non ci si fidava del medico e lo si consultava soltanto quando la persona era gravissima.

Lu mediche pietuse fà la piaga verminusa.
Il medico pietoso fa la piaga (ferita) verminosa (piena di vermi). Al medico che spiace far soffrire e quindi non taglia la cancrena, fa infettare la ferita e quindi è piena di vermi, da cui verminosa.

Lu capadaute vò lu capabbasce.
La salita vuole la discesa. Significa che se sei ricco, devi stare attento perché puoi diventare pezzente.

Se lu rusce fosse fedele,
lu diavule starria ‘nciele.
Se il rosso (di capelli) fosse fedele, il diavolo starebbe in cielo.

Ripunne la nzogna
pe quanne t’abbisogna.
Conserva la sugna (lardo sciolto che diventa come olio) per quando ne hai bisogno. Non buttare qualcosa che ritieni inutile, potrebbe servirti dopo.

Ijè meglije teneè nu male marite
che nu male vicine.
É meglio avere un cattivo marito che un cattivo vicino. Il marito si può sempre controllare, il vicino invece ti fa sempre dispetti.
Ijè meglije teneè nu bbone vicine
che nu bbone marite.
É meglio avere un buon vicino che un buon marito. Proverbio contrario al precedente, anch’esso valido. Il marito anche se buono, deve lavorare e quindi andar via da casa, mentre il vicino è sempre disponibile in tutte le occasioni.

Une ijè rugne,
une ijè tigne,
une tane lu male all’ougne.
Uno ha la rogna (scabbia), una ha la tigna, una ha il male all’unghia. Praticamente hanno tutti un difetto e nessuno è buono.

La jatte muta muta ijè fenute
indi lu cavute.
La gatta zitta zitta è finita nel buco. La donna zitta zitta ti tradisce.

Salute. Si risponde a chi ha starnutito:
- Ijè tosse e ninnè starnute.
É tosse e non è starnuto. Non confondere due cose che si somigliano.

Rumine allaria allaria,
ni pije ne affitte, nè funduarie.
Rimani largo largo, non paga né affitto, né fondiarie.

- Addà arrivà lu sicchije alle prate.
Imprecazione: – Deve arrivare il secchio alle pietre, perché l’acqua è finita. Significa che la fortuna o i soldi devono pur terminare. Bisogna quindi darsi da fare adesso per non arrivare all’estremo.

Cuanne me ne fà,
tante te n’ai fà culme.
Quante me ne fai, tante te ne farò colmo, ovvero di più. Quando il figlio fa dispetti alla madre.

Tante lu tire,
presto lu stucche.
Tanto lo tiri, presto si spezza. Si tiri troppo la corda, questa si spezza.

Na pica pò campè cente piche,
cente piche nin ponne campà na pica.
Una pica può campare cento piche, cento piche non possono campare una pica. Un padre può dar da mangiare a cento figli, cento figli non riescono a far mangiare un padre, perché litigano fra di loro e non hanno riconoscenza.

Famme prima
e famme ciucce.
Fammi prima e fammi asino. Fammi nascere per primo anche se asino. simile al proverbio: Chi prima arriva, meglio alloggia.

Lu rane a credanza
e vò lu mezzette culme.
Il grano a credito e il mezzetto (una misura di peso) colmo. Una persona che compra a credito e pretende di aver più del dovuto.

Chija nasce quatre,
nin pò murì tunne.
Chi nasce quadro, non può morire tondo: Chi nasce povero, non può morire ricco. Proverbio pessimistico, infatti non è vero che una persona povero, non può diventare ricca.

La rrobba ninnè di chi la tane,
ma di chi ce la ijode.
La roba non é di chi la possiede, ma di chi se la gode, ovvero dei figli.

Pizzeche e uassci nin-fanne pertuse.
Pizzichi e baci non fanno buchi. Risposta che si dava alle ragazze, quando non volevano dare neanche un bacio ai rispettivi fidanzati. Prima la verginità aveva un valore diverso e non si voleva neanche baciare per la paura di lasciarsi andare troppo e quindi perdere la verginità e i maschietti tentavano almeno di avere un bacio, ma sempre con il recondito scopo di …

Pullepe e ciammariche ci cocene cche l’acqua loro.
Polipi e chiocciole si cucinano con la loro stessa acqua.

A volute lu doce,
mò pighijete l’amare.
Hai voluto il dolce, adesso prenditi l’amaro. Risposta che si dava alle donne che avevano perso la verginità e che rimanevano in stato interessante. Come dire: Ti sei voluta divertire? Adesso arrangiati.

Ijè state iacqua che à stutate lu foce.
É stata acqua che ha spento il fuoco. Frase conclusiva di un discorso, dove si racconta di una lite furibonda conclusasi con la riappacificazione dei due contendenti.


Gerardo Di Flumeri

Inaugurazione del busto bronzeo

Il 21 novembre 2006, alle ore 17,30 si è svolta una Celebrazione Eucaristica, seguita dalla benedizione del busto bronzeo di Padre Gerardo Di Flumeri, vice postulatore della Causa di Beatificazione e Canonizzazione di San Pio da Pietrelcina, l’opera del pittore nonché scultore Michele Miglionico, l’artista di Padre Pio; è stata fortemente voluta dalla “Provincia Religiosa “Sant’Angelo e Padre Pio” e dalla redazione “Voce di Padre Pio”.
Il busto è stato posizionato nel piazzale Santa Maria delle Grazie.
Questo è stato un giusto omaggio per Padre Gerardo Di Flumeri, vice postulatore della Causa di Beatificazione e Canonizzazione di San Pio da Pietrelcina, dopo anni vissuto a fianco di Padre Pio ed essere stato uno degli artefici della sua beatificazione, nonché della sua santificazione.
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L’artista ha voluto rappresentare il contrasto tra la piccola figura fisica di padre Gerardo e la grandiosità della sua opera e della sua cultura e del suo ricordo.
Si è ispirato alla concezione popolare che chi ha grandi capacità, si dice che sia una grande testa.
Quella scolpita nella creta è, infatti una testa nobile, grande, segno di una intelligenza vivace e lungimirante come appaiono i suoi occhi che guardano lontano, ma un lontano che è un unico scritto da Dio per gli uomini, un lontano che è frutto di un mondo di carità e di solidarietà come quello che stava disegnando Padre Pio con la sua opera non solo missionaria di fede, ma anche attenta alle necessità del corpo dei tanti che si rivolgevano a lui.
Scendiamo al naso, importante, presente, non deturpa il viso di questo piccolo grande frate, piccolo nei tratti del corpo, gentili, esili, quasi compressi in un piccolo spazio, ma quanta energia quanta capacità, quanta bontà e solidarietà per il fratello ispirava quel corpo di scricciolo che era presente in San Giovanni Rotondo ed ancor di più nel Convento.
Se Padre Pio non lo avesse incontrato, sicuramente lo avrebbe avuto presente nella sua mente perché quella di quel piccolo frate era una Mente.
Dicevo del suo naso gentile, non prepotente, ma piazzato lì quasi a sentire l’aria di santità che spirava in quei luoghi Santi.
Infine le labbra, che tante volte hanno pronunciato preghiere, recitato le formule della Santa Messa, tante volte hanno chiesto per chi ne aveva bisogno, tante volte hanno detto grazie a chi aveva dato, tante volte hanno ringraziato Dio per avere concesso.
L’artista di Padre Pio Michele Miglionico ha voluto rappresentare la forza, la dolcezza, la Santità, la nobiltà dei Santi specchio di un’anima che Dio aveva votato al bene.

Francesco Martino


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